L’Articolo dell’Avvenire del 2/8/07

IL FATTO
Nel cuore del Parco abruzzese ecco la sorpresa: la più antica costruzione alpinistica degli Appennini è affidata a un piccolo gruppo di giovani che la gestisce con l’attenzione di chi sa far amare la natura. Ai 2230 metri del Rifugio Garibaldi un’inattesa «lezione» sui valori della montagna

Gran Sasso una montagna di amici

Davide è salito in vetta la prima volta quando aveva solo dieci anni. Oggi che ne ha 29 ricorda la scoperta «casuale» di queste cime per lui ragazzo di città, che oggi con tre suoi coetanei tiene le «chiavi» della montagna

Di Piergiorgio Greco

Nonostante lo zaino pesante sulle spalle, Davide non esita a piegarsi per raccogliere un fazzoletto di carta buttato da chissà chi lì per terra, sulla strada che si inerpica ripida. È un gesto che gli viene naturale, come chi non tollera sporcizia a casa sua. «Qui purtroppo ancora oggi nessuno mette cartelli per invitare al rispetto dell’ambiente» dice un po’ intristito, quasi a rimarcare che educare le persone ad amare integralmente questi luoghi è più di un dovere: è una necessità. Così la percepisce Davide De Carolis, un ragazzo che, a soli 29 anni, conosce questi luoghi come le sue tasche, frequentandoli assiduamente fin da bambino, «da quando – racconta – mio padre fece l'”errore” di portarmi da Teramo, la nostra città, qui su solo per una passeggiata». Aveva otto anni: scoccò l’amore per i sentieri che corrono lungo le valli, le cime che sembrano graffiare il cielo azzurro, le ferrate e le escursioni, i panorami mozzafiato e le pareti infuocate. A dieci anni, addirittura, la prima ascesa sul Corno Grande, il tetto degli Appennini, con i suoi 2912 metri. In breve: Davide aveva ancora i calzoni corti quando il Gran Sasso e la montagna diventarono la cifra della sua vita.
Non lontano dalla cima più alta, questo ragazzo dagli occhi profondi ha eletto il luogo che meglio incarna la sua passione viscerale: il rifugio Garibaldi, la più antica costruzione degli Appennini, realizzata nel 1886 a quota 2230 metri, nella conca definita “dell’oro”. Da qualche anno insieme alla sua fidanzata Teresa Carillo, e con la collaborazione di sua sorella Chiara e del suo amico Luca Cortese, Davide ha ottenuto dal Cai dell’Aquila la gestione del Garibaldi, uno dei tre rifugi più importanti del Gran Sasso, insieme al Duca degli Abruzzi e al Franchetti. «Quando mi venne data questa possibilità fu l’avverarsi di un sogno» spiega mentre inizia l’escursione che, dalla piana di Campo Imperatore, sul versante aquilano del massiccio nel cuore del Parco nazionale del Gran Sasso e monti della Laga, conduce con un’ora di cammino fino alla storica costruzione.
Da brava guida escursionistica e membro del corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico, Davide ha acquisito uno spirito prettamente montanaro: parla a bassa voce, medita silenzioso, alza lo sguardo di tanto in tanto, mantiene il ritmo costante. E così facendo, introduce l’ospite in tutte le pieghe della montagna, dove per secoli si sono incrociati solo i pastori e le loro greggi con qualche scalatore solitario proveniente da fuori regione per “sfidare” quelle cime imponenti. Lungo il cammino spiega la geologia di questo massiccio e di quelli circostanti, “presenta” tutte le cime e le valli che mano a mano appaiono all’orizzonte, rievoca le imprese epiche di scalatori leggendari. E, quando ormai si intravede la meta, prende a raccontare la storia del rifugio Garibaldi, voluto addirittura da Quintino Sella, fondatore della sezione romana del Cai, e realizzato dopo la sua morte da un gruppo di alpinisti tra i quali anche uno che aveva partecipato nientemeno che alla spedizione dei Mille.
All’epoca della sua inaugurazione, nel 1886, questo rifugio rappresentava l’inizio di un cambiamento epocale: il Gran Sasso non più solo montagna di pastori, mandrie e briganti, ma luogo di alpinismo che nulla aveva da invidiare alle montagne del Nord. Una sorta di “riserva” per scalatori di fuori regione, insomma, destinata a rimanere estranea alle popolazioni del luogo almeno fino agli anni Trenta del secolo scorso, quando, grazie all’impulso di personaggi come Giovanni Acitelli, Ernesto Sivitilli e Lino D’Angelo, gli abruzzesi cominciarono ad “accorgersi” delle risorse di questa montagna.
L’entusiasta gruppetto che anima il Garibaldi rappresenta la fase matura di questo lungo percorso verso l’elaborazione di una cultura autoctona della montagna. Al rifugio, Chiara, Teresa e Luca accolgono con grande cordialità chi arriva mostrando i “segreti” della piccola struttura in pietra restaurata nel 1977: due stanze pulite (di cui una sempre aperta), l’uscita sopra il tetto, il pannello solare che produce elettricità, le venti brande, le numerose tende, la radio per le emergenze. In un angolo ci sono anche alcuni libri. Manca solo l’acqua, un problema che obbliga i quattro ragazzi a organizzarsi con bidoni e, naturalmente, a fare un utilizzo intelligente di questo bene. Ma non è una fatica: al Garibaldi, infatti, tutto è gestito senza sprechi, all’insegna dell’eco-sostenibilità. «Salsicce, carne, vino e olio provengono esclusivamente da produttori dei paesi circostanti» dice Luca servendo un gustosissimo panino “Garibaldino”, mentre Chiara raccoglie i rifiuti che si premurerà di portare a valle, e Teresa è tutta presa dal sugo di salsiccia e dalla polenta, lei che è una cuoca bravissima.
Insomma: era una struttura quasi abbandonata, ora il Garibaldi è un rifugio pieno di vita, dove più che i discorsi vale l’esempio. Davide riassume la filosofia di questa esperienza: «Per noi questo luogo vuole essere un presidio. Un presidio della memoria, perché non si dimentichi la sua origine, ma anche un presidio per educare chi vi transita e la popolazione dei paesi a valle a comprendere tutto ciò che significa “montagna”: solidarietà, aiuto reciproco, immedesimazione con la natura e i suoi ritmi, rispetto e utilizzo consapevole delle risorse, ma soprattutto azzeramento di tante convenzioni sociali che rendono le persone diverse. Questa è la montagna, questo è ciò che ci muove». Sul Gran Sasso d’Italia la giovane cultura del montagna ha il volto fresco di ragazzi semplici e innamorati, come Davide, Luca, Chiara e Teresa.

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