Il brigantaggio Durante l’invasione francese Nel teramano e in Abruzzo.

IL BRIGANTAGGIO

Durante l’invasione francese

Nel teramano e in Abruzzo.

“Avit’ paura de li brigant’

Alla mundagne,

Ma nu’ jurne, dapuo,

Vui li portiss’ li sordi

Allj br’gant sedut’ alla seggie.”

INTRODUZIONE

Anni fa casualmente mi imbattei in un testo sul brigantaggio, dove venivano narrate le gesta leggendarie su alcuni dei briganti più famosi, come Frà Diavolo, Crocco, e rimasi colpito dai racconti coloriti che ne venivano fatti. Essi venivano descritti per la maggior parte come sanguinari, ladri, assassini, cannibali, bevitori di sangue umano. Nel momento in cui poi andai alla ricerca di altre notizie mi imbattei in un argomento molto vasto e contraddittorio.

Vasto perché il brigantaggio abbraccia un periodo che spazia dal XVI secolo fino alla fine dell’ottocento, con ondate di intensità differente, ma si può a tutti gli effetti considerare una costante, un “endemismo” per l’Abruzzo e per tutte le genti del meridione. Contraddittorio perché tanti sono i modi di vedere il fenomeno quanti sono quelli che hanno provato a dare una spiegazione alle migliaia di morti che hanno insanguinato il sud Italia.

Il mio intento è quello di rimarcare l’eterogeneità del fenomeno brigantaggio, innanzitutto delimitandolo periodicamente e quindi evidenziando una determinata fase storica, inoltre tenendo conto che da sempre la montagna e i luoghi impervi hanno costituito rifugio per reietti della società, ma stigmatizzare tutto il brigantaggio come fenomeno delinquenziale sarebbe storicamente scorretto, e non renderebbe soprattutto giustizia a chi, in quegli anni, lottava per un ideale e per la sua esistenza, poiché anche se poco indagato, il brigantaggio o, meglio, i brigantaggi, avevano la loro motivazione sociale e per alcuni anche politica. Motivazione che affonda le sue radici nella non accettazione delle ingiustizie, dei soprusi, nel tentativo di ribellarsi ad una vita che li aveva relegati a cafoni, ignoranti, delinquenti e sfruttati dai dittatori di turno.

INQUADRAMENTO STORICO

Il brigantaggio in Abruzzo è un fenomeno molto vasto e diversificato che temporalmente può essere delimitato dal XVI al 1865, anche se esso ha avuto fasi alterne.

Un’ondata molto importante c’è stata nel ‘600 in funzione antispagnola. In questo periodo nel teramano il brigantaggio ha assunto proporzioni talmente preoccupanti da indurre il governo vicereale spagnolo ad iniziare, nel 1683 una massiccia lotta con largo dispiegamento di uomini e mezzi e che diede un colpo mortale al banditismo. Ancor prima (1559) il Duca di Alcalà emanò una “prammatica” contro i briganti: “Permettiamo ad ognuno di perseguitare i fuoriusciti, concedendo licenza ai soldati dello stato ecclesiastico di farlo, anche dentro del regno, se da quello stato in questo vi si riversassero e ricoverassero”. Comunque il brigantaggio per la provincia teramana ostituirà una costante fino all’unità d’Italia, dove ebbe funzione proborbonica. Particolarmente singolare è il periodo a cavallo dell’ottocento, poichè ha interessato in particolare le zone dell’ascolano e del Teramano.

Mi occuperò principalmente proprio di questo periodo. Il brigantaggio non poteva che proliferare in zone montuose, caratterizzate da una povertà endemica e che fornivano rifugio solo alle persone che la conoscessero. La montagna da sempre accoglieva persone che per diversi motivi vi cercavano rifugio, un luogo che li proteggesse. Nella memoria collettiva spesso i briganti o sanfedisti sono ricordati con orrore e spregio dalla storiografia risorgimentale, essa non coglie e non accenna alle motivazioni “altre” che hanno portato i “cafoni” ad operare contro i francesi, invasori del regno di Napoli appoggiati dai partigiani locali.

Agricoltori senza terra, contadini, delinquenti di ogni tipo, pastori e montanari ridotti in miseria, renitenti alla leva e all’ordine costituito, ex soldati dell’ordine borbonico, strumentalizzati di volta in volta da chi ne poteva trarre vantaggio. Masse tradizionalmente tagliate fuori dai giochi di potere politico, si riunivano in bande e venivano “utilizzate” per contrastare e respingere i poteri emergenti.

Quello che la storiografia sottolinea però è la ferocia dei briganti, la loro ignoranza, il loro fanatismo nei confronti del Re e della religione, “stupida superstizione” secondo le nuove idee illuministiche che si facevano largo in tutta la penisola a seguito della rivoluzione francese, interessando però solo i ceti più abbienti e non la maggioranza della popolazione che non sapeva neanche leggere e scrivere.

La ferocia che contraddistinse quegli anni di fine settecento non è attribuibile esclusivamente alle bande di briganti che opprimevano la vita dei paesi, sarebbe fin troppo semplicistico.

Una possibile chiave di lettura è nell’attribuirgli il carattere di guerra civile, fra i partigiani del regno di Napoli fedeli al re Ferdinando IV e alleato con gli Inglesi e i cosiddetti Giacobini, favorevoli ai francesi invasori del reame.

Effettivamente, nel famoso Proclama dell’otto dicembre 1798, il Re, già fuggiasco verso la Sicilia, così si rivolgeva agli Abruzzesi “Pensate che voi avete a difendere il proprio paese che la natura stessa difende con le vostre montagne, dove nessuna armata si è mai avanzata senza trovarvi il sepolcro. Pensate Abruzzesi, che voi nelle vostre Province siete settecento mille abitanti e che non dovete farvi soggiogare da qualche migliaio di nemici. Voi più di ogni altro avete dovuto vedere lo stato di miseria nel quale sono i Romani. L’inimico gli ha tolto tutto, niente gli resta che la propria disperazione, e la fiducia che hanno in Dio e in me. Coraggio, bravi Sanniti, coraggio paesani miei; armatevi, correte sotto i miei stendardi: unitevi sotto i capi militari, che sono nei luoghi più vicini a voi, accorrete con tutte le vostre armi, invocate Iddio, combattete e siate certi di vincere”.1Questo proclama con il quale il re Ferdinando IV chiamava le popolazioni abruzzesi all’insorgenza contro lo straniero, fu accolto dalle masse contadine e più povere del teramano che si armarono non solo per difendere il trono e l’altare, ma anche per un istinto ribelle, che forse non sapeva individuare obiettivi politici, ma che sicuramente esprimeva un profondo disagio sociale. Anche lo storico benedetto Croce concorda con questa affermazione, nel suo studio “la rivoluzione napoletana del 1799”2 afferma:

“…per dar vita ad una repubblica democratica nell’Italia meridionale (…) ci volle un intreccio di complicazioni internazionali fra cui gli interessi opposti della Francia e dell’ Inghilterra ad assicurarsi una di fronte all’altra favorevoli relazioni di commercio con le due Sicilie, e la Francia ad escludere l’Inghilterra dai porti napoletani, in cui questa trovava appoggio ed aiuto per le operazioni militari nel mediterraneo”. Prima della rivoluzione francese, avvenuta nel 1789 la situazione delle masse del regno di Napoli erano enormemente migliorate rispetto alla precedente dominazione spagnola, La monarchia aveva preso la strada delle riforme contrastando finalmente il feudalesimo, laico ed ecclesiastico.

“La nazione napolitana, dalla venuta di Carlo III incominciava a respirare dei mali incredibili che per due secoli di governo viceregnale aveva sofferti. Fu abbattuta l’autorità dei baroni, che prima non lasciavano agli abitanti nè proprietà reale nè personale. Si resero certe le impostazioni ordinarie come un nuovo catasto, il quale, se non era il migliore che si potesse avere, era il migliore però che fino a quel tempo si fosse avuto; e si abolì l’uso delle  imposizioni straordinarie che, sotto il nome dei donativi, aveva tolto somme immense alla nazione, passate senza ritorno in Spagna. Libera la nazione,dalla oppressione dei baroni, dalle avanie del fisco,(tasse gravose ed ingiuste), dalla perenne estorsione di danaro, incominciava a sviluppare le sue attività: si vide risorgere l’agricoltura, animarsi il commercio; la sussistenza divenne più agiata, i spiriti più colti. L’esserci noi separati dalla Spagna tolta alla famiglia d’Austria e data a quella di Borbone, ed il patto di famiglia aveva reso alla nostra nazione quella pace di cui avevamo bisogno per ristorarci dai mali sofferti; e la neutralità che ci fu permessa di serbare nell’ultima guerra tra la Spagna, la Francia e l’Inghilterra per le colonie Americane, prodotto avea nella nostra nazione un aumento considerevole di ricchezza. In cinquant’anni avevamo fatto progressi rapidissimi, e vi era ragione di sperare di doverne fare anche di più”. la ventata riformistica che aveva colpito il nord dell’Italia arrivò nel regno di Napoli con Carlo III, egli prese buone iniziative per riformare l’agricoltura, il commercio e l’industria; strinse favorevoli trattati col la Spagna e diverse commissioni come la giunta di Vincenzo Cuoco; “saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”.Bari, Laterza 1913. commercio e il supremo magistrato del commercio, furono creati per lo studio dei problemi economici. Con l’avvento della rivoluzione francese, ci fu in tutta Europa un sommovimento violento di idee, a gigantesche battaglie, a rivoluzioni e controrivoluzioni di cui furono protagonisti re, imperatori e papi e in cui operarono idealisti e traditori, generali famosi e plebe disperata ed affamata.

I sommovimenti politici della Francia, portarono prima alla repubblica con la salita del proletariato al potere, passando per la borghesia per arrivare alla dittatura napoleonica che rappresenta “l’involuzione antidemocratica e imperialista della Francia”. Il discorso e l’inquadramento storico fatto fino ad ora serve per sottolineare che negli anni della rivolta dei briganti e la loro resistenza all’invasione francese del regno di Napoli, le idee della rivoluzione erano portate dagli eserciti di una nazione sotto regime borghese, e pertanto si spiega l’adesione incondizionata a queste idee dalla nascente borghesia italiana. “Quando egli (Napoleone) fu proclamato dal senato imperatore dei francesi, una corrente di entusiasmo signoreggiava gli Abruzzi, e dove era più vivo l’odio pe’ borboni, là maggiormente si faceva palese la devozione per Bonaparte, riguardato dalla borghesia come il più potente e valido sostegno del popolo avvenire”.

La Francia, alla fine del 1798, inizio dell’invasione del regno di Napoli, aveva già conquistato il settentrione e il centro d’Italia, la resistenza all’invasione furono sporadici e senza risultato. In tutti gli armistizi che Napoleone imponeva vi era sempre inclusa la legittimità del saccheggio più vergognoso. Il mal organizzato esercito borbonico non potè far molto contro l’esercito napoleonico nonostante la superiorità numerica e, come già accennato, ciò portò il re Ferdinando IV ad emettere un proclama in cui incitava i popoli del reame ad insorgere, a fare “massa” in nome e in difesa della religione e del trono, mentre lui appena possibile sarebbe tornato dalla Sicilia dove si era rifugiato con il suo esercito a dar man forte. Il proclama ebbe il suo effetto e si videro in tutto il regno proliferare le “truppe a massa” che si opposero ai francesi e, da alcune notizie storiche, sembra che furono gli unici a opporre resistenza.

L’esercito borbonico, forte di 50000 uomini ma malamente comandato dal generale Mack non fece altro che ritirarsi e ridursi in brandelli con le proprie mani forzando le marce e seminando i rifornimenti. Anche le principali fortezze del regno di Napoli stranamente non oppongono alcuna resistenza, comandate da generali stranieri, cadono una ad una praticamente senza colpo infierire. La fortezza di Civitella del Tronto era organizzata per resistere ad assedio anche per un mese, invece si arrese dopo solo 18 ore, la fortezza di Pescara era un capolavoro di architettura militare ed ebbe la stessa sorte, a ruota seguirono senza neanche combattere la fortezza di Gaeta e quella dell’Aquila.

La reazione del popolo non può che essere stata che di sdegno, forse di incredulità nei confronti di quello che stava accadendo, ma la venuta dei commissari francesi venuti a pretendere le somme secondo armistizio rese tutto ben chiaro al popolo che tentò di difendersi da solo. Il Cuoco, nell’opera che ho già citato, racconta di quei giorni:

“Il popolo si credette tradito dal vicario (che aveva consigliato la resa del castello di Napoli), dalla città (i governanti), dai generali, dai soldati, da tutti. La venuta dei commissari francesi, spediti ad esigere le somme promesse, accrebbe i suoi sospetti ed i suoi furori. Il giorno seguente corse ai castelli a prendere le armi, i castelli furono aperti, la truppa non si oppose perché non aveva avuto ordine di opporsi. Il vicario fuggì come era fuggito il re, il popolaccio corse a Caivano (villaggio ad otto miglia da Napoli) per deporre il Mack(generale dell’esercito borbonico), il quale sebbene alla testa delle truppe non seppe far altro che fuggire. Ogni vincolo sociale fu rotto. Orde forsennate di popolaccio armato scorreva per tutte le strade della città, gridava viva la santa fede e “viva il popolo napoletano”. Si scelsero per capi Moliterni e Roccaromana, giovani cavalieri che allora erano gli ideali del popolo, perché avevano mostrato del valore a Capua e a Caiazzo contro i francesi. Riuscirono costoro a frenare per poco i trascorsi popolari, ma la calma non durò che due giorni,  francesi erano quasi alle porte di Napoli. S’inviò al loro quartier generale una deputazione composta da’ principali demagoghi perché rinunciassero al pensiero di entrare in Napoli offrendo loro quello che era stato promesso coi patti di armistizio e qualche somma in più. La risposta dei francesi fu negativa, qual si doveva prevedere, ma non quale doveva essere: qualche nostro emigrato, mentre moltissimi convenivano della ragionevolezza della domanda, aggiunse alla negativa le minacce e l’insulto, e ciò finì di inferocire il popolo. Non mancavano agenti della corte che lo spingevano a nuovi furori.

Non mancava quello spirito di rapina che caratterizza tutti i popoli della terra, non mancavano preti e monaci fanatici i quali, benedicendo le armi di un popolo superstizioso in nome del dio degli eserciti, accrescevano con la speranza l’audacia e con l’audacia il furore. La città, che fino a quel giorno aveva tenuto delle sessioni, più non ne tenne. Il popolo si credette abbandonato da tutti e fece tutto da sé. La città intera non offrì che un vasto spettacolo di saccheggi, di incendi, di lutto, di orrori … Alcuni repubblicani, ed allora erano repubblicani tutti coloro che avevano beni e costumi, impedirono mali maggiori, rimescolandosi col popolo e fingendo gli stessi sentimenti per dirigerlo. Altri, col la cooperazione di Moliterni e Roccaromana, si introdussero nel forte di Sant’Elmo, sotto vari pretesti e finti nomi, e riuscirono a discacciarne i lazzaroni che ne erano padroni. Tutti i buoni desideravano l’arrivo dei francesi. Essi erano alle porte. Ma il popolo, ostinato a difendersi, sebbene male armato e senza capo alcuno, mostrò tanto coraggio che si fece conoscere degno di miglior causa. In una città aperta trattenne per due giorni l’entrata del nemico vincitore, ne contrastò palmo a palmo il terreno: quando poi si accorse che Sant’Elmo non era più suo, quando s’avvide che da tutti i punti di Napoli i repubblicani facevano fuoco alle sue spalle, vinto, anziché scoraggito, si ritirò, meno avvilito dei vincitori. Che indispettito contro coloro che esso credeva traditori”.

Per quanto riguarda la facile, anzi troppo facile disfatta del l’esercito regio napoletano, è interessante e degna di menzione la riflessione di Berardino Giardetti nel suo libro “Memoria su Matteo Manodoro” dove ritiene il generale Mack, il comandante dell’esercito regio, un traditore ed un massone. La stessa regina Maria Carolina non si spiegò come il Mack possa essere stato così inetto. “ … la maggior parte degli ufficiali dell’esercito regio ed i comandanti delle fortezze erano tutti traditori della monarchia, dalla quale avevano avuto stima, onori ed alti stipendi, nella stragrande maggioranza essi erano massoni. La spada di Napoleone incontrò facili vittorie, aiutata dal concorso dei massoni dislocati in tutti i paesi che egli conquistò”. Prove ancora più confutabili di ciò vengono riportate ancor prima dal De Jacobis nella sua cronaca: “Ai 10 novembre (1798) furono chiamati a San Germano tutti i generali per tener consiglio di guerra e prendere gli ordini opportuni onde far passare l’esercito contro i francesi nella marca e nel restante stato del papa. E fu in quel consiglio che quei ladri di ufficiali concepirono il tradimento: venderono il povero re come fu venduto cristo, nonostante il re avesse raddoppiato la loro paga; oh no, essi non dovevano fare quello che fecero, che non solo vendettero di nascosto tutte le fortezze ai francesi, ma per poterle consegnare più facilmente usarono tutte le arti più perfide: I comandanti, infatti, or qua or là maltrattavano i poveri soldati, levandoli dalle fortezze e  portandoli, a neve o pioggia, nei luoghi circostanti colla speranza di farli disertare; gli ufficiali avevano tirato le paghe dei francesi per lo spazio di sette anni, e soltanto in seguito i francesi stessi rivelarono di aver dato ad essi condizioni perché le fortezze fossero loro consegnate senza colpo ferire. Oh, che tradimento fu quello!, che in poco tempo i francesi s’impossessarono in breve tempo di tutto il regno di Napoli, e se il re non fosse fuggito, sarebbe stato decapitato”.

I cafoni ebbero subito e di istinto la percezione di non potersi fidare dei rivoluzionari, essi ponevano le loro speranze nella monarchia che aveva innescato il processo di riforme che vedeva il re alleato dei cafoni contro il feudalesimo laico ed ecclesiastico, non quindi nei rivoluzionari che erano rappresentati nella maggior parte da nobili, borghesi, latifondisti che negli ideali di libertà, fraternità ed uguaglianza trovavano soltanto un modo per continuare ad essere oppressori.

La maggior parte della popolazione, già gravata dalla difficoltà naturale della vita, costretti a pagare cifre esorbitanti ai neorepubblicani, oppressi dalle angherie di sempre dai nobili e borghesi, spogliati dei loro averi per la guerra non poteva che essere fedele ancora al re, spesso il brigantaggio divenne una vera e propria necessità di sussistenza, vi erano molti che si davano alla macchia nei periodi in cui non c’erano raccolti.

Pastori, contadini senza terra, carbonai diventarono briganti o “sanfedisti” e la loro colpa, oltre a quella di essere fedeli al re, era anche quella di essere attaccati alla religione, che le nuove idee illuministiche ripudiano relegandola a superstizione.

“ad essi la religione dava conforto nelle diuturne tribolazioni, dava un senso alla vita universa, che non si può immaginare senza la reale presenza di un eterno Fattore, che assicura l’immortalità all’uomo. La loro religione era quella della semplicità evangelica:

i sette dolori della madonna erano i dolori di ogni povera donna che avesse partorito un figlio; i poveri, i diseredati, gli ammalati erano gli amici di Gesù, la condanna di Cristo ai ricchi e ai potenti, che non sarebbero entrati nel regno dei cieli, li consolava dalle ingiustizie cui erano incessantemente sottoposti; la fiducia nei miracoli, nell’aiuto dei santi o nell’intervento amico delle anime purganti erano la reazione inconscia alla sfiducia che riponevano negli uomini; essi erano quelli che Cristo chiamava beati perché avevano fame e sete di giustizia e che sarebbero stati saziati”.

Per quanto riguarda i briganti di questo periodo, quindi, essi possono essere intesi come patrioti, avevano una loro logica e si ribellarono alle prepotenze e alle espoliazioni dei francesi, le loro barbarie non erano superiori a quelle messe in atto dai francesi e dai giacobini per la loro repressione. La storia del brigantaggio tutto vede esclusivamente lo strumento della repressione come soluzione al problema. Le storie di quei tempi narrano di inaudite violenze, da ambedue le parti. I numeri dei morti legati al brigantaggio sono altissime, oggi la storiografia napoletana ha dato la possibilità di dare una lettura diversa ad un fenomeno vasto e diversificato. Quando i cafoni si ribellavano venivano subito bollati come cannibali, bevitori di sangue umano, rozzi, superstiziosi, ignorantissimi, ma essi erano la maggioranza del popolo, essi saccheggiavano e rubavano, ma per la maggior parte nelle case dei giacobini, a loro volta essi bruciavano le case dei capi cafoni, saccheggiavano, distruggevano i paesi che li ospitavano e proteggevano, ne tagliavano la testa per portarla in trionfo, li squartavano e appendevano le membra sugli alberi a monito per la popolazione.

“Intanto i nostri giacobini seguitavano a cianciare di libertà, uguaglianza, fraternità. Ma del loro senso di fraternità era inutile parlarne: l’uguaglianza era una sporca menzogna sulle loro labbra perché essi erano pur sempre gli altolocati, i ricchi proprietari terrieri, i gestori o i compartecipi del potere; la libertà era la loro libertà: potersi cioè affrancare cioè dalle limitazioni che ad essi imponeva la monarchia ed erigersi senza impacci a nuova classe dominante, contro l’antica nobiltà feudale e l’alto clero. Al popolo restavano la miseria e la sopraffazione di natura non molto diversa da quella precedente.

A questo punto noi rovesciamo la medaglia e chiamiamo patrioti i cafoni e briganti i repubblicani. I potenti, i ricchi, coloro che vivono e scialano sulla miseria altrui e a spese del loro sudore sono, in tutti i tempi, i veri briganti!”

In Abruzzo è possibile affermare che non ci fosse città o villaggio che non avesse il suo capomassa, le cronache dell’epoca riportano i nomi dei più conosciuti, come: Sciabolone, Don Donato De Donatis, Giovanni Salomone, Giuseppe Pronio, i fratelli Fontana, i Rondoloni. La maggior parte dei capi massa furono uccisi, quelli che riuscirono a sopravvivere fecero perdere le proprie tracce, molte erano le lettere, le “suppliche” che giungevano al re tornato dal suo esilio di ricevere una ricompensa per i servigi resi al trono, ma spesso queste lettere rimasero senza risposta, i premiati dal re furono pochi capi massa, quali Sciabolone, il famoso Frà Diavolo Michele Pezza, la maggior parte di chi aveva preso parte alla rivolta tornò ancora più povero di prima, se ancora vivo, oltre che perseguitato.

STORIE, PROVERBI E DOCUMENTI

In questo capitolo riporterò delle storie di vita di alcuni dei capimassa più importanti che hanno operato in Abruzzo. Le storie sono volutamente romanzate e hanno quel sapore di leggendario che rispetta la loro forma con cui sono state tramandate. Inoltre riporterò alcuni documenti e proverbi che possono contribuire a dare una visione di quel periodo e del fenomeno del brigantaggio.

Giuseppe Costantino di Lisciano, detto Sciabolone.

Vero uomo della montagna, di gran forza fisica e di grande intelligenza, illetterato fino al punto di saper solo scrivere la sua firma non scordando mai di aggiungere al nome e cognome: alias Sciabolone. Egli aveva eccellenti qualità di capo, nato veramente per comandare anche se per tutta la prima giovinezza era stato solamente un uomo di montagna che lavorava la sua terra a furia di bidente e nella sua fucina di fabbro a furia d’incudine e martello per riparare fucili e forgiare sciabole.

Si era costruita una sciabola personale molto più grande delle altre, proporzionata alla sua forza, e da qui l’appellativo “Sciabolone” Profondamente religioso, reagì violentemente contro i soldati francesi che profanavano le chiese, rubavano nelle campagne, arrivavano a dare in pasto ai cavalli le ostie consacrate.

“Via i sacrileghi – a ferro e fuoco” fu il grido di guerra, così Sciabolone che non conosceva le regole della tattica di guerra, dando retta al suo istinto di difesa, costituì bande di montanari armati contro le truppe dell’invasore sacrilego. Uno degli scontri più famosi con le truppe francesi avvenne nel 1798 ad Arli di Acquasanta . Il nemico avanzava sulla Salaria sicuro dei propri mezzi, avevano sentito parlare di questo Sciabolone e delle sue bande

ma non avevano dato gran calcolo alle voci.

Nei pressi di Arli, nel versante destro del Tronto, in silenzio, nascosti da alberi ed arbusti i briganti di Sciabolone, si avventarono sulle truppe nemiche. Armati alla meglio ma furenti e decisi a sconfiggere questo nemico che aveva invaso la loro terra e tolta agli uomini la libertà.

lo scontro fu sanguinoso, si concluse con la vittoria delle bande di Sciabolone in seguito alla quale i francesi furono costretti a chiedere la pace; essi appartenenti alle truppe di Napoleone dovettero venire a patti con i briganti. L’accordo fu firmato a Mozzano il 5 febbraio 1799 e il documento porta la firma di Giuseppe Costantini alias Sciabolone e del generale francese D’Argoubet.

Donato De Donatis

Don Donato De Donatis nacque a Fioli, frazione di Rocca Santa Maria. nel 1761 da Gregorio e Annanionia Blianzola di Acquaratola. Da piccolo spesso dimorava presso Lo zio materno Don Giovanni Antonio Bilanzola che Lo introdusse alla vita sacerdotale, incoraggiato anche dalla madre. Tuttavia, Egli non sempre aveva dei comportamenti adeguati a chi aspira al sacerdozio. Nel 1794 fu ordinato sacerdote ed ebbe l’incarico di parroco di Pezzelle,

mentre a Fioli, suo paese natio, era parroco D. Carlo Emidio Cocchi.

A Teramo, dopo la campagna napoleonica in Italia, cadeva sotto il dominio francese tra alterne vicende di masse cittadine e montanare che si sollevarono reagendo al nuovo governo. Durante la ribellione, diversi briganti ne approfittarono per fare un gran bottino di denaro, oro, gioielli e argenteria. Tra tutti si distinsero D.Donato De Donatis, Don Carlo Emidio Cocchi e D. Donato Naticchìa di Frondarola, essi rubavano e assassinavano dimenticando il loro ministero sacerdotale. Quando i francesi si ritirarono a Campli, anche i ribelli, gli “insorgenti”, lasciarono la città e fecero ritorno a Villa Tofo e a Torricella, loro quartiere generale. Ben presto però i francesi, comandati dal capobattaglione Charlot, rientrarono a Teramo decisi a sferrare un duro attacco ai loro avversari. Dalla zona della Madonna della Cona dove Charlot era appostato, piombò sulla città con la sua truppa, mentre le campane delle varie chiese suonavano a martello avvisando la popolazione dell’imminente pericolo. Teramo sarebbe incorsa in gravi saccheggi se il Medico Mazza Medoro non si fosse posto come intermediarlo, fra gli avversari e fu così che Charlot ordinò ai suoi soldati di non cagionare alcun male alla cittadinanza, tuttavia furono rotte tutte le campane delle chiese, ad eccezione di quelle più grandi del Duomo, che calate sulle soglie dei loro finestroni ebbero rotti i solo grappì.

Dopo questi avvenimenti il generale di brigata Planta sostituì Charlot e decise subito di prendere la via della montagna per dar la caccia ai bandití. Fu subito scoraggiato dall’impraticabilità dei luoghi e dall’Intenso freddo dell’inverno, nonché dalle molestie degli insorgenti. il Pianta attuò allora un piano per accerchiare il quartiere generale degli insorgenti : divise le sue truppe in due colonne: Una doveva risalire il Tordino, l’altra il Vezzola per riunirsi sopra Villa Tofo e assalire il nemico. Le sentinelle, appostate sulle alture, si accorsero in tempo del tranello e, dato l’allarme, riuscirono quasi tutti a fuggire. Il Pianta fu così costretto a rientrare a Teramo con 27 prigionieri. di cui 17 furono fucilati e gli altri vennero rimessi in libertà dopo essere stati obbligati a passare sui cadaveri degli altri e a rivelare i nomi dei loro capi. Oltre a fare il nome di D. Donato, i malcapitati riferirono anche che il “generale dei Colli” era un uomo invincibile possedendo un “contrarme”.

In realtà egli nascondeva nel suo giubbotto pallottole di fucile che, al termine di ogni combattimento, mostrava ai suoi seguaci asserendo che quelle erano pallottole di fucili francesi che per merito’del “contrarme ” non causavano ferite sul suo corpo. Don Donato si rivelò presto “uomo di poche lettere ma di molto ingegno e grande coraggio che amava mostrare anche col cavalcare cavalli bizzarri ed indomiti… nato a fare tutt’altro che il prete … senza segno di sacerdotizio in dosso, con la scimitarra al fianco, colla bestemmia in bocca, corteggìatore di vili sgualdrinelle e, peggio ancora, di incauti giovinetti …” Contro di lui il generale Pianta continuò con ogni accanimento la caccia e pose sulla sua testa la taglia di 600 ducati. Nel frattempo D. Donato riorganizzava la sua truppa per attaccare ancora i francesi e il Planta, dopo aver subito ancora una ritirata, più che mai adirato ed umiliato, obbligò il Vescovo di Teramo a scomunicare il “generale dei Colli” e il suo aiutante D. Carlo Emidio Cocchi. Il 10 febbraio 1799 fu emessa la scomunica.

Fu proprio in questo periodo che i camplesi, ai quali erano state richieste forti somme di denaro dal comandante della fortezza di Civitella, si rivolsero a D. Donato per aiuti. Egli intervenne prontamente, ripristinando il governo monarchico nella cittadina ed obbligando i francesi ad abbandonare Civitella. Dopo questo avvenimento ì francesi lasciarono l’Abruzzo per concentrare le loro forze in Lombardia dove si combatteva contro l’Austria.

I Primi a giungere a Teramo ormai libera furono i fratelli Fontana di Penne questi presero facilmente il governo della città non pensando di dover fare i conti con D.Donato che aspirava anch’eglli al gioverno. Lo scontro fu quindi inevitabile. Mentre il Generale dei Colli avanzava per lo stradone di S. Giorgio, su cui era puntato un cannone presidiato dal Fontana con la miccia in mano pronto a dar fuoco accortosi del pericolo, trovò rifugio in un’abitazione il cui portone d’ingresso era aperto. Il Fontana che non lo perdeva d’occhio si recò nel luogo deciso a dargli la morte. Il proprietario fece da intermediario fra i due e Don Donato fu costretto a lasciare la città umiliato per lo smacco subito. Civitella nel frattempo veniva abbandonata dal presidio francese e con gran sollievo fu cantato il Te Deum e fu issata la bandiera Reale. Per rinforzare la guarnigione legionaria venuta da Napoli, fu chiamato nella cittadina D. Donato che non si fece pregare anzi vi fissò la sua dimora trascorrendo i primi giorni in pieno accordo con il generale De Cassio da cui presto si dissociò per gelosia di comando riuscendo ben presto a mettere in fuga i seguaci dei suo avversario, e di essi alcuni entrarono a fare parte della sua masnada. Privo di scrupoli, De Donatis fece uccidere anche molte persone “scannate come maiali.

Successivamente si diresse ad Ascolì per aiutare gli uomini del capomassa Sciabolone che da tempo cercava di liberare la città dal francesi. Qui gli “insorgenti” si abbandonarono a saccheggi e violenze e le loro scelleratezze furono note anche al re Ferdinando IV, che trasferitosi a Palermo dopo la proclamazione della Repubblica Partenopea, inviò un dispaccio al Generale dei Colli in cui esprimeva il suo disappunto per i massacri e i saccheggi che venivano compiuti. Qualche. mese dopo il De Donatis e Scíabolone erano a Ripatransone per difendere il paese da rappresaglie francesi, dandosi a bagordi e divertimentí. Nel colmo dei fésteggiamenti, l’avversario irruppe nel paese generando un grande scompiglìo. Il generale dei Colli riuscì a mettersi in salvo e, nella fuga, si slogò un piede e, a spalla dei suoi riuscì a raggiungere Civitella, mentre Sciabolone, rientrato ad Ascoli, cercò di fortificare la città e di resistere al attacco nemico ma sconfitto lasciò la città al Governo francese. D. Donato partecipò poi all’assedio di Ancona e capo di una compagnia di irregolari. Qui fu ricevuto con grandi onori e fu proclamato “capo indiscusso di le forze napoletane” dal cardinale Ruffo. Più tardi, ìl generale De Lahoz, non raggiungendo un vero accordo col capo supremo e non accettando il suo comportamento, lo fece arrestare dal

francesi. Convocato a Roma per giustificare la sua condotta, fu liberato e gli fu ordìnato di tornare a Civitella. Fìnì qui la carriera militare di D. Donato che decise, in seguito, di riprendere l’abito talare. Rivolse, poi, una supplica a re Ferdinando per ottenere delle gìustìficazioni notificando dettagliatamente tutti i servizi prestati al Sovrano ed allegando anche certificati rilasciati dagli amministratori dei diversi paesi presso cui aveva operato (Civitella, Valle Castellana, Campli …) Unì anche un elenco di suoi seguaci chiedendo per ciascuno riconoscimenti e compensi per la loro fedeltà alla corona. Inviò poi al fratello a Napoli per meglio difendere la loro causa presso il Sovrano.

Sia a Sciabolane che a De Donatis vennero riconosciute rendite vitalizie. Al grande capo furono riconosciuti 1.200 ducati l’anno, e per una sola volta, ducati 31.000 “da prendersi sulla rendita dei beni dei rei di Stato Per mancanza di denari, aveva però ricevuto solo.574 ducati, chiese allora che per la rimanente somma (2426 ducati) gli venissero assegnati alcuni terreni arativi con alberi del soppresso convento dì S. Agostìno in Scapriano, nella contrada S. Martino. L’anno precedente Napoleone tornato in Francia, dopo la guerra d’Egitto in seguito al colpo di Stato si era proclamato Primo Console ed aveva ripreso la sua offensiva contro gli stati europei.

Anche l’Italia tornò sotto il dominio francese. Re Ferdinando di Borbone dovette rifugiarsi in Sicilia e il Regno di Napoli fu affidato a Gioacchino Murat. Col ritorno del nuovo governo, cominciò la persecuzione di tutti coloro che nella precedente invasione avevano contribuito al ristabilimento del governo borbonico favorendo il Re Ferdinando.

Fu cosi che anche D. De Donatis incorse nel mirino dei francesi. Egli fu arestato a Teramo nel 1805 e condotto all’Aquila per essere processato e riconosciuto colpevole. Gli fu data come pena il carcere a vita da scontare a Chieti. Mentre era condotto in questa città con altri otto, incatenato e scortato, nei pressi di Popoli fu fucilato.

Manodoro Matteo

Su Matteo Manodoro non esistono molte notizie, anche se egli fu capomassa celebre al pari degli altri più conosciuti. Manodoro fin dall’inizio dell’invasione dell’abruzzo si mise a capo di una banda della sua zona e, girando per i paesi vicini raccolse genti e munizioni per la sua causa.

Usava animare le genti con veementi discorsi e con bandi ad arruolarsi in favore del re, soleva recarsi nelle piazze dove sorgevano gli alberi della libertà per abbatterli, si contrappose al generale Planta e alle sue ire, che ne mise a prezzo la testa e che gli brucio la casa saccheggiando il paese. Dai documenti viene attestata la sua presenza in moltissime zone montuose, in particolare la sua zona di elezione fu quella pedemontana settentrionale del Gran Sasso, ma egli si recò anche fino a L’Aquila per stringere accordi con Salomone, altro celebre capomassa, a sprezzo dei grandi rischi che ciò comportava. Molti i suoi attacchi documentati, diede sicuramente parecchio filo da torcere al generale Planta. Manodoro, fin da pochi giorni dopo la “chiamata” del re Ferdinando IV formò la sua truppa a massa di Pietracamela, in cui confluirono abitanti di moltissimi paesi vicini, Pizzoli, Cerchiara, cerqueto, Aquilano, Fano Adriano, Villa Ripa, Tottea, Crognaleto, Intermesoli e Campotosto, per un numero sicuramente superiore alle duecento unità.

Inizialmente la guerriglia di Manodoro e della sua massa si rivolgeva nell’abbattimento degli alberi della libertà che venivano piantati dai francesi nelle città da loro conquistate e nella rapina e saccheggio delle case dei giacobini e degli affiancatori dei francesi. Molto famoso e ricordato da molti storici fu lo scontro accaduto vicino Montorio, alla “ripa”, vicino Frondarola dove Manodoro con i suoi si appostò per attendere il ritorno del generale Planta e dei suoi dalle scorribande e saccheggi ai paesi limitrofi. Esistono molte discordanze sui reali effetti di questo scontro, ma tutti concordano che a seguito del generale ben pochi soldati tornarono a Montorio. Si narra anche che il generale Planta, egli stesso ferito negli scontri, giurò di non tornare più in quei luoghi tanto ostili. Probabilmente poiché questi stessi scontri se li attribuisce anche Don Donato De Donatis, con tutta probabilità il Manodoro e De Donatis agivano di concerto nei loro attacchi. Manodoro, nonostante il saccheggio di Pietracamela, suo paese natale, nonostante avessero dato fuoco alla sua casa, nonostante dovesse fare i conti con traditori ed imboscate continuò nella sua lotta all’invasore, nelle sue gesta non c’è traccia delle scelleratezze che pare avessero commesso altri capimassa, la sua era una vera guerra, il suo scopo era la cacciata dell’invasore, null’altro. Tantissime volte scampò alla cattura o alla morte, lanciandosi con suo figlio anche dalle mura della fortezza dell’Aquila dove rimase ferito ma mai si tirò indietro. Fortezze che venivano consegnate ai francesi dai traditori, faticosamente e pericolosamente vennero riconquistate dai “cafoni” che animati dal sincero amore per il re, la patria e la religione degli avi, affrontavano disagi e pericoli spinti dal loro senso del dovere. Non accettavano che gli invasori stranieri taglieggiassero le popolazioni già indigenti con “contribuzioni” e rubassero impunemente in maniera più che brigantesca. Non permettevano che si offendesse il loro sentimento religioso, spogliando le chiese in maniera sacrilega e irridendo la loro fede in Dio, chiamandola superstizione Di Manodoro, e di suo figlio si persero le tracce, sono rimaste diverse suppliche (inascoltate) al re per compenso dei servigi fatti al regno, durante la seconda invasione francese, che qui non tratterò, con tutta la probabilità Manodoro, scoraggiato e non riuscendo a “far massa” riparò probabilmente nello stato pontificio, pare che si fosse presentato anche alle autorità per avere l’indulto, ma poi rendendosi conto del pericolo fece perdere le sue tracce. Come tutti i briganti che non si presentarono fu braccato fino al 1812 quando, in quel di Perugia fu arrestato e condotto alla morte, la politica ultrarepressiva stava arrivando a compimento, i briganti che sfuggirono alla cattura si contarono sulle dita di una mano.

“I Cafoni veggono nel brigante

Il vindice dei torti,

che la società loro infligge”.

Risposta del generale Giuseppe covone interrogato alla camera dei deputati il 31

luglio 1863 sul perché le popolazioni dimostravano simpatia ai briganti.

BIBLIOGRAFIA:

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C. Stocchetti, “Storie di briganti Nel meridione d’Italia” Adelmo Polla editore 2000

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www.brigantaggio.net

www.Cronologia.it

www.acquasanta.it

www.storiain.net

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